domenica 9 giugno 2013

Mangerò pane burro e miele, tutte le mattine.

Da piccola, pur non essendo io una schizinosa noiosa bambina a tavola e pur non essendo vorace ma rispettosa nei confronti di quella che mi dava da mangiare, venivo forzata ad ingoiare anche cose che non gradivo affatto. E Miele mi sapeva di croce. Odiato soprattutto sul pane. Consumato da grande solo per il mal di gola, accettato, poi, su un buon formaggio. Ma mai alimento da mia dispensa. Ché arriviamo a schifarle, certe delizie, senza mai capirne il motivo e poi per partito preso.
Un giorno succede che due occhi semichiusi azzurri, ti invitino a valutare l'idea di assaggiarlo, dopo una miriade di baci dati, e quant'altro offerto e preso. Anche perché lì, di fronte ai suoi occhi e le sue maniere, è impossibile rifiutare. È prezioso, è bello è la carnalità raffinata. Ha tutto un odore buono intorno a lui e non sa di profumo. Gli esce dall'anima. E il miele mi piace, tanto. Come le sue mani che hanno affettato il pane con la precisione di un artista e adagiate su un piatto al mio posto.
Scrivo da un cunicolo dove, per il silenzio ovattato, qualche volta interrotto da una voce annunciatrice e un treno avanti o dietro, ci starei una quantità di ore necessarie a digerire prima di rituffarmi nel mare enorme e nero della tanta gente e dei tanti pensieri che sembra vogliano scipparmi lo stupore che ho dentro dopo aver goduto di tanta bellezza. Perché quando succede d'esser travolti da questi eventi, bisognerebbe cercarsi un pallone grande per poterci gridare dentro quel che ci è scivolato tra le costole inspirando ogni parola per non dirla, per non cercar di sfiorare un cuore, inutilmente. Tanto il mio oramai è fritto, sotto spirito e ogni tanto sobbalza perché qualche dito curioso ci picchia sopra, al barattolo che lo ospita, con le unghie, per vedere se si muove, questo cuore che è solo motore. Bisognerebbe introdursi in una sfilata di maschere per poter piangere senza che nessuno sospetti che lo stai facendo davvero, ché sembri la recita di un giorno diverso.
Volevo dimenticare e invece non ho fatto che aggiungere ricordi.
Imploderò e nessuno se ne accorgerà, perché accadrà  mentre sarò appoggiata ad uno dei tanti muri della mia città, in cui mi accomodo, per non dare fastidio.
7 settembre, 7giugno: 9 mesi per partorire sempre me stessa, di fronte allo stesso nome. Cammino come i granchi e la pelle è sempre più dura ma ho scoperto che è bello trasferire l'amore che ho su un corpo diverso dal suo. Bisognerebbe farci l'abitudine e rendere così,  l'umanità meno spinosa, invece di tenerlo in frigo, aspettando la scadenza. Non c'è pericolo di fuga d'emozioni dal mio corpo in tua presenza. Non c'è pericolo di incontro. Non abbiamo nulla in comune, noi due, se non una stazione che non frequento più, dove oggi ho seppellito la poesia che mi regalavi.
Brava dea, l'anima tua ringrazia.

4 commenti:

Zimon ha detto...

Ma quanta bellezza,Dea!

M'inchino....

Z

Dea ha detto...

Grazie.

Anonimo ha detto...

quello che pensi e che scrivi è sempre avvolgente e ti trasporta in una dimensione surreale....
ciao Sebastiano

Dea ha detto...

È la mia realtà. grazie, benvenuto.