martedì 25 settembre 2012

P.S.

Voglio dire: il mio umore cambia. Cambiava prima che ero giovane. Cambiava prima che ero bambina. Cambiava quand'ero adolescente. Quand'ero incinta. Quando avevo le mestruzioni. Quando mangiavo le patatine. Quando avevo un fidanzato. Poi un altro. E l'altro ancora. Quando lo tradivo. Quando lo baciavo come giuda. Quando avevo un marito (che non ho sposato). Quando avevo la mamma in casa e pure il papà. Quando poi finalmente si son lasciati. Quando papà si fece l'amante. Quando mamma se ne fece un altro. Quando cambiavo liceo. Oppure lavoro. Dalla baby sitter alla cassiera. Dalla parrucchiera alla pizzettaia. Dalla barista alla cameriera. Quando prendevo mance o compravo un paio di scarpe da duecentomilalire. Quando andavo in bicicletta o in motorino. Sullo specialino o su una moto grossa senza casco di uno dei cari e vecchi amici, alcuni persi altri ancora vivi. Quando fumavo una canna mai fatta da me o bevevo birra a volontà. Quando ballavo in discoteca senza prendere una cazzo di pasticca. Quando andavo in giro a rimorchiare e non rimorchiavo mai e quando lo facevo spesso erano carabinieri. Quando andavo nel salento oppure in svizzera. Quando da un quartiere andavo a far casino in un altro.
In tutto questo sono stata baciata o forse qualche volta anche consolata. Una volta anche scopata. Ma mai, mai tanto abbracciata quanto nel virtuale. Per cui miei cari amici di internet, di blog, di mail o da qualunque spazio vuoto voi veniate, per me non vi preoccupate che di scrivere ho sempre avuto voglia e non sto tanto a pensare quel che scrivo. Io scrivo e basta.
Quindi voglio dire, che il mio umore cambia a maggior ragione oggi che sono al giro di boa, che devo fare conti. Che mi son un po' rotta i coglioni. Che sto cercando casa. Che sto per diventar nonna. Che c'è un uomo che è seriamente intenzionato nei miei confronti. Che la cosa mi spaventa. Che non sono capace di amare. Farmi amare. Che amo poche volte e per tanto tempo. Che amo anche Lui. Sempre, da quando lo conosco. Che mi sento una frana dovunque. Che mi fanno sentire bona come la panna. Che mi sento un fallimento di madre. Che vorrei R. come compagno di pianerottolo. Che mi sento sempre un'imprenditrice nonostante io sia di nuovo un'operaia. Che voglio realizzare un sogno. Che devo prendere in considerazione un figlio che vuole fare il chitarrista rock. Un altro che ce l'ha sempre con me, a ragione. Che mio padre è morto. Che c'ho una madre di merda. Che tante volte vorrei che mi scoppiasse il cuore in mille pezzi sul marciapiede sporcando anche il cielo. Che ho voglia di carezze e di conforto quelle che aspetto fin da bambina. Quindi devo accettare la dea bambina, adolescente e madre matura. Femmina impenitente e strafottente. Gelosa e possessiva. Cattiva e maligna. Maliziosa e coraggiosa.
Quindi, dico, leggete e basta. Rideteci pure. Riflettete pure su chi può essere una persona. Una qualsiasi persona che gira per una vita che non ha cercato e né voluto. Il mondo fa schifo e io ne faccio parte e mi ci sento male, molto male, spesso. Ma non so che fare se non continuare a vivere. Lo devo fare e lo voglio fare.
Vi voglio bene, grazie, ma smettetela di cercare di capire una folle che ama solo scrivere e ascoltar la musica. Guardare una qualsiasi cosa e farsi ispirare. Vivere passeggiando sul mondo senza poggiarci i piedi.
Tutto qua.
Cara e vostra sempre la stessa, Dea.

domenica 23 settembre 2012

Ecografia

E' che l'amore è un fardello. Una zavorra.
L'amore ti nasce dentro. O forse ce l'hai dentro da sempre. E' un puntino. Un forellino. Cresce. Ha bisogno di farlo. Ha bisogno di essere riempito, smaltito, partorito, espulso. Deve riempirsi di rabbia e gelosia. Deve essere parlato cantato pianto sofferto litigato. Deve essere contraddetto. Nutrito. Sotenuto. Abbandonato. Educato e lasciato. Ripreso.
Il guaio è questo: io l'ho dentro come una palla in mezzo allo sterno. Cresce a dismisura e diventa un mostro perché stretto. Costretto. Detenuto senza una giusta causa. Afflitto. Accusato. Arrabbiato. C'è stato l'incanto e lo stupore. C'è il dolore della perdita senza l'abitudine. C'è un respiro mozzato. Un coito spezzato.
Sta tutto dentro e non riesco ad esplodere.
Non riesco a parlare.
Avremmo dovuto viverci accanto almeno un giorno. Lavarci i denti uno dopo l'altro e forse condividere una doccia e un paio di caffè. Avremmo dovuto uscire di casa ognuno con il suo lavoro in testa. Darci un bacio al bivio. Avremmo dovuto fare una spesa insieme. Avresti dovuto suonare al mio campanello una o due volte. Aspettare che io aprissi dopo aver chiesto chi è e senza nemmeno essermi infilata un paio di pantaloni, averti aperto la porta felice.
Avrei dovuto aggiungere un piatto alla mia tavola e diviso il mio cibo con te.
Avremmo potuto cantare una canzone a due voci. Avrei dovuto salutare il vicino con te accanto. Il vicino curioso. Avremmo potuto bere vino e poi sdraiarci sul divano davanti ad una televisione. La quale mi sarebbe solo servita per guardarti guardare altro e con quali occhi.
Camminare scalzi verso il letto.
Ti avrei spogliato e aperto le mie lenzuola offerto le mie carezze e un bacio sulle tempie.
Coperto fino al petto e toccato la fronte.
Tutto merita un inizio ed una fine con libro in mezzo scritto.
Niente è eterno ma ha diritto ad una causa della fine.
Ma decido di abortire un sogno. Di strappare un libro. Di bruciare una distesa di grano non maturo, che non sarà mai farina né pane.
A volte t'ho pensato con le mie chiavi in tasca e subito dopo al loro peso.
Aggiudicato, questo è un amore che non lo è mai stato.

sabato 22 settembre 2012

Nevrotica

Ho adottato un topo di fogna come animale domestico barra compagno di scorribande passeggiate solitudini, solo che non trovo il collare ed il guinzaglio della taglia di quel cazzo di collo di sorcio.
Ho preso l'abitudine di nutrirmi di lecitina di soia che aggiunta alle mie gallette faranno di me una persona sana priva di colesterolo e infinitamente sterile e priva di colore.
Indosso bracciali di un acciaio di uno strano acciao e divento nera/verde sulla pelle e allora mi dicono che non sto poi tanto bene ma io so che il motivo è un altro: io sono femmina da platino. O da alluminio visto che porto una gruccia al dito anulare come fede nuziale. Un filo girato e rigirato una quindicina di volte tante quante le mie storie. Storie del cazzo. Storie di compagnie. Botte. Scopate. Viaggi.
Devo fare pratica di pompini quella è un'arte che va sempre raffinata/affinata/affilata e quando dovrò sposarmi dovrò potare in dote la mia bocca da pompino è essenziale è vitale per non perdere quel povero disgraziato di maschio che deciderà di adottare una bisbetica/cuoca/troia/barista/infermiera/sarta/stiratrice/segretaria per il resto della sua lodevole vita (si fa per dire).
Mi manca quel culo fatto a cuore di dio spalmato sul tappeto.
Mi manca tutto adesso.
Voglio una ciotola di riso bollito col peperoncino e andarmene a dormire e risognare un suo sms dove mi dice che ha il cazzo duro. Dove mi chiede di correre da lui per dar pace al suo tormentato cazzo.
Sono stanca non di lavorare o di vivere. Sono stanca di non essere mai stanca.
Se volete trovarmi cercatemi tra gli scaffali dei detersivi di un grande supermercato ad annusare sapone di marsiglia.
Ho voglia di lavarmi mi faccio tanto ma tanto schifo.
Mi hai sparato in vena tanta fiducia e adesso mi sembro una tossica in crisi d'astinenza.
Ti chiedo scusa se non riesco a dirti in faccia che sei perfido. Che lo so. Che lo so che lo sai.
Che non mi amerai mai.
Sei contento quando scrivo? Allora ti faccio contento. Ho scritto. Non ti amo più.
Così sei contento di più.
Prima di rivelare quello che senti accertati di chi sei e quando sei certo di ciò che sei non rivelarti mai ma quando lo fai non pentirtene mai. Mai.

giovedì 20 settembre 2012

Oggi dura come pane raffermo. Sono buona tostata nella pasta e fagioli e una punta d'olio di oliva

Stamattina ore otto circa ho raggiunto la vetta del dolore ho espulso lacrime ho aggrovigliato un bel po' di ricordi e uscendo li ho gettati sul marciapiede dietro le mie spalle come si fa col sale.
Ho messo la camicetta a pois con i voilà che misi l'ultima volta che vidi il mio penultimo amore che mi deluse andando con la prima cagna alla mia prima assenza giustificata semmai si dovesse giustificare.
Ho indossato i jeans e mi stavano perfetti al culo mi fanno un culo che non sembra il mio.
Poi ho ripianto da sola abbassando la testa per strada mentre una signora si sedeva accanto a me, maledetta lei, sulla panchina della fermata del bus.
Ho i sintomi della menopausa.
Non mi viene il ciclo e non credo d'essere incinta e semmai lo fossi ne sarei felice.
Ho seni gonfi e doloranti e i capezzoli ancor peggio sembro una puerpera che allatta come la nostra (?) gatta.
Alle volte credo d'essere un genio. Altre una deficiente illusa. Molte volte in un mese io vengo delusa.
Gli amici sono delle merde.
I miei pseudo corteggiatori sono spilorci. I tempi son cambiati o io non sono così appettibile.
Il tempo guarisce le ferite d'amore possibilmente spalmato dalle mani di un altro uomo.
Il bello di non avere un amante e/o fidanzato e/o compagno e/o marito è di poterti permettere di usufruire di quel grande amico del cu... ore che hai. Lui mi dice sempre e solo che io sono perfetta. Ed è esattamente quel che voglio sentirmi dire da lui. Può permetterselo solo lui.  Sono fortune. Sono cazzi che ti coltivi. Sono le cose che non lascio mai. Me lo son capato come si fa con al frutta al mercato. Presa d'occhio e acchiappata al volo. E non quella sopra che mi vuoi dare perché vecchia. Io vado sempre dietro. In fondo.
Perché a me non mi freghi se non voglio farmi fregare.
E mi inculi solo se ti amo. Mi tappi gli occhi solo se ti amo.
Mi inculi solo se sto soffrendo.
Mi inculi solo se ho bisogno di farmi inculare anche io e poi mi voglio lamentare e piangere per quanto sono stupida perché anche io voglio essere stupida ogni tanto e non essere sempre così perfettamente lucida e intelligente.
Farò il mio secondo servizio fotografico e ho scelto lei (Anna Calvi) come sottofondo musicale.
Perché mi serve la carta da parati per la mia futura casa ed un quadro da mettere sopra il letto come la madonna perché Gesù Cristo, già ce l'ho.
Io sono all'antica e voglio la carta da parati per poterci scrivere sopra. Voglio Gesù Cristo sopra il letto e la madonna perché io sono all'antica e voglio essere bigotta.




Ho finalmente ritrovato quella famosa marca di profumi nella via famosa dietro l'angolo della via in cui lavoro e quella sarà la marca per il nuovo regalo di natale.
Faccio progetti. Sono vecchia e ancora progetto.
Spot del giorno, ispiratomi dalla gentaglia puzzolente nella metro (solo io dopo 10 ore di lavoro in piedi e stirando, profumo come una saponetta?): bla bla bla bla do re mi fa sol la si do si la sol fa mi re do re fa si sol fa re do do bla bla bla no no no sì sì sì sì: 
fate l'amore con il rumore.
Se tu fossi passato t'avrei infilato la lingua in bocca per non respirare e sarebbe stato un bacio lungo e avrei sentito il cazzo tanto, ma tanto duro

martedì 18 settembre 2012

Pane e dolcezza.

Non hai buoni parenti.
Non hai buoni vicini.
Non hai un buon amante.
Allora, non hai nulla di buono tu, mia dea.

domenica 16 settembre 2012

In qualsiasi gioco l' avversario non è che un tuo complice

Il problema è che mi piacciono i suoi discorsi e le sue riflessioni. Il problema è che mi piace il suo ordine e i suoi bicchieri. Mi piacciono i suoi progetti nei quali non vorrei nemmeno metterci il respiro. Il problema è che mi piace il suo modo di fare sesso. E' sempre sesso con un rituale. Un sesso sedotto. Un sesso pensato. Un sesso animale.
Venerdì. La stazione piena di gente.  Ma una femmina deve farsi aspettare! Io trovo che una femmina debba farsi trovare e gustare proprio nell'attesa. In mezzo a tanti occhi. Nell'incertezza. Nella sua debolezza. Non amo le tattiche. Quelle già studiate da altre. Io gioco con lui. Io mi sperimento e aspetto che lui mi salvi da tanti sguardi. Mentre sono timida e a tratti impacciata. Come lo sono poche volte nella vita. Poche volte.
Aspetto da pochi minuti ma il pensiero emetteva gocce da ore. Lui lo sa, lo sa bene.
Dal lavoro a casa. Da casa alla doccia. Dalla doccia al vestito leggero. Dal vestito al trucco. Dal trucco ai capelli lasciati selvaggi. Dai capelli allo smalto sulle unghie dei piedi. Prima lo scuro sangue, sopra il bianco lucido. Dallo smalto agli orecchini. Dagli orecchini al sandalo. Dal sandalo alla camminata verso l'appuntamento. E lo saluto e appoggio i miei fiori scippati dal mazzo regalatomi dai colleghi gentili e dal "capo". I fiori del "capo". La cena il vino e i fiori. Romantico compleanno. Un saluto formale e voglio entrare come una puttana in macchina. Da buona cittadina mi allaccio la cintura. Non resisto quando lo guardo negli occhi. Mi viene voglia di baci. Del sapore della sua saliva. Del suo cazzo. Ha tutto il suo odore buono della giornata intera. Sono felice che non abbia inquinato quell'essenza. La mia pelle attira carezze sulle gambe. E le cosce, ed oltre, e si sente cosa ha provocato l'attesa.
Via. Via da questa gente. C''è la fila del venerdì sera al semaforo. Si sfrutta il tempo. Un bacio tira l'altro come le ciliege. La mano torna sul corpo del reato. Ma c'è tessuto e si sente meno l'effetto umori.
Se vuoi tolgo gli slip.
(Silenzio)
Se vuoi li tolgo... davvero.
Sì... toglili!
Mi sollevo pochi centimetri accompagno quel perizoma rosso e riesco a non farlo incastrare sui tacchi e mi giro dalla sua parte e come un rituale in mezzo a tante macchine tocca il punto debole.
Allargo le gambe e apro il mio cuore.
Si accerta come fa sempre che sia ancora così colante di voglia per lui.
E' un assassino. E' cattivo. Mi piace in modo assurdo. Sfiora. Accarezza. Infila le dita. Io guardo. Lo osservo ma sono posseduta. Educata e posseduta. In quel momento non ho né un passato, né un presente, né un futuro. Ho un tempo indeterminato di estasi e ringrazio il traffico, il caos. Ringrazio tutti i deficienti che girano in macchina, che inquinano. Che sprecano. Ringrazio un dio che non c'è mai e decide d'esser lì con me.
E' questo ciò che considero normale. Che vorrei succedesse ogni giorno. E' questo che l'abitudine uccide. E' questo che scompare. Svanisce il desiderio. Maledico ogni giorno lontano da lui. Come glorifico ogni secondo che passo accanto a lui. Un secondo, sette anni di grazia. Sette anni di delizia. Di sublime pensiero. Di memoria sulla pelle. E' per questo che niente è normale con lui e niente so e voglio sapere o pensare di sapere, ogni giorno.
Ti scopa 4 volte l'anno come una puttana.
Io sono una puttana da quattro volte l'anno, forse.

Ho bisogno di fare qualcosa di matto, di mattina. Adesso.

Personaggi:
Grassetto: il popolo.
Corsivo: La sottoscritta.
Tutto il resto: La sottoscritta. La narratrice un po' acerba. Il popolo che l'ha un po' deviata. E Lui, che l'ispira sempre.



sabato 15 settembre 2012

sabato 8 settembre 2012

Auguri in ritardo di un giorno, Dea.

Fa niente che anche se a te non importa niente, c'è chi si ricorda il tuo compleanno e vuole che tu gli renda omaggio invitandoti proprio quella sera. Fa niente che non succede da anni che un estraneo ti offra la cena per il tuo compleanno e ti ci comprI pure il vino. Fa niente che hai mille corteggiatori e nessuno di questi ti ha mandato manco un fiore. Fa niente. Io non voglio niente. Ma tutto quel po' che mi viene offerto lo raccolgo e ne faccio quel che voglio. Quando sono sola, sono queste le cose che voglio ricordare.
Fa niente che il giorno dopo, tutta dolorante e felice, ti ripeti ogni secondo che non è il caso. Che ci sono donne, sicuramente migliori di te, che lo rapirebbero e che molto probabilmente ci riuscirebbero. E non fa niente nemmeno il fatto che sei convinta e certa che è l'unico che riesci ad amare in quel modo e che non ti sarà più possibile farlo. Perché lo sai. E' una certa certezza. Una sicurezza. E' assurdo come certe cose riescono a farsi sentire vere, le uniche possibili. Non di scelta trattasi. Non ha niente che gli altri non abbiano, non ha più di nessuno, è solo il vestito che ti sta perfetto. Il lenzuolo che copre bene il letto. La scarpa che ti entra subito. Il caffè che sa farti un solo barista. Il pizzico perfetto di sale nei cibi. La pasta cotta al punto giusto. Il profumo che ben si adatta alla tua pelle. Quel ciambellone che ti riesce meraviglioso.
Fa niente che decidi di dormire e di non pensarci più. Ma lo zigomo dolorante di quell'amore per terra, colpisce ogni volta che t'asciughi una lacrima. Ma tu lo fai apposta signorina. Tu vuoi rimanere da sola.
Erano sette stelle, quel 10 di agosto. Ad una chiesi di essere presente ieri sera, e c'era. Tre, le dedicai ai miei figli. Tre, le misi da parte per lui sperando di poterlo fare. Che si potesse fare un'eccezione per me che non chiedo mai nulla. In fondo, erano per lui. E tu, dio, sai che le merita. Io non voglio che questo.
Io non voglio che questo. Io voglio sapere che tutto ciò che lui desidera gli sia dato. Gli sia assegnato. Concesso. Dato. Che arrivi da chiunque, che arrivi da dovunque, ma che sia fatto.
Ho guardato il cielo per un tempo indefinito anche per questo.
Gli ho chiesto, senza dirglielo, di poterlo guardare e sentire dormire, abbracciata alla sua pelle.
Mi ha regalato un po' della sua vita, un po' della sua incoscienza. L'innocenza.
Sono stracolma di felicità e per davvero non voglio nient'altro, adesso.
Bisogna, mia cara Dea, solo aspettare in silenzio. Ci sarà uno spazio in cui gli mancherai. Ci sarà un momento in cui saprà se sarà così. Se ti troverà tanto diversa e incredibile da volerti tutta per se. In fondo, hai offerto un paniere troppo colmo e la colpa è tua se non riesce a capire cosa ci sia. Perché il meglio, sta nel fondo, sempre.
E' la vita. Passa oggi e viene domani e in mezzo c'è ieri, e di ieri vivi.


Dave Matthews Band - Two Step 

 " ... Hey, my love, your can to me like
wine comes to this mouth
Grown tired of water all the time
You quench my heart and you
quench my mind ... "

giovedì 6 settembre 2012

Molto poco da dire

Sto diventando vecchia, c'è poco da dire.
Non cambio mai, c'è poco da dire.
Non vorrei dire e scrivere cose di cui domani, anzi, tra pochi minuti, potrei pentirmi. Perché mi sento molto stupida, e la cosa non mi dispiace affatto e non vorrei lo sapessero in molti.
Mi si è avvicinata una donna sulla metro, era quasi vuoto il treno ed io ero nel mio angolo e lei bassina carina e scollata come me, ha scelto di starmi di fronte, dopo avermi guardata e forse, aver trovato affinità. Il mezzo sorriso sulle labbra, mie, e trattiamo un accordo senza parole. Siamo rimaste così, appiccicate quasi, per un po' di fermate. Io osservavo chi osservava e la cosa ci piaceva, pareva ci conoscessimo da anni, io e quella perversa matta peggio di me. Molto gentile e delicata nei modi, esattamente come me in mezzo alla gente. Poco vestite entrambe di quel vedo non vedo, truccate e sui tacchi. Evidentemente ci siamo alzate tutte e due con la stessa voglia di giocare, ma per ovvie ragioni non ce lo siam detto prima. Mi sono divertita e quasi eccitata. Un viaggio in metro. Un palo di ferro. Un pensiero diverso a quell'ora di mattina. O forse sono io che vado cercando sempre il diverso da quello che sto facendo. E forse, oggi, più di ieri, mi rendo conto, che con me non se ne può fare a meno. Qualcosa mi succede sempre accanto, di strano.
La preferita di papà. La preferita del re, sempre. Neanche lo avessi cercato o voluto.
Mi godo gli attimi mentre corro anche io. Prendo al volo le occasioni. Mi godo certi privilegi. Mi gusto certi atteggiamenti. Certi corteggiamenti, standomene sempre su quella mia mattonella, senza scavalcare o tendere un dito. Approfitto di me stessa. Di me faccio uso ed abuso, e nessun favore devo chiedermi. A nessuno devo chiedere niente in cambio, per quel che sono.
Anche se...


domenica 2 settembre 2012

Il mattino ha l'oro in bocca l'universo in una carezza

Dovrebbero inventare la raccolta differenziata per le parole perché esse diventino humus per le piante. Se ne vedrebbe il risultato. Si vedrebbero mostri. Ogni foglia, ogni petalo deformato, dovrebbe aver impresso il nome dell'assassino. L'impronta vocale, digitale. Il suo codice fiscale.
Meglio vivere col rimpianto di non aver detto, piuttosto che dire per paura del rimorso di non aver detto, magari, qualcosa che si sentiva in un momento di enfasi, di attimo drogato, alcolizzato, euforico. Perché avrebbe potuto avere il valore di un tappo di bottiglia di birra. Meglio non dire. Sacrificarsi. Ma c'è chi costruisce anche con i tappi di bottiglie di birra. Tutto serve a costruire qualcosa. Il pensiero largo. Il riciclo in tutto. Lascerei finire il mondo invece di riporpolarlo con mezzi cloni senza carattere.
Forse dio, quando ha creato il mondo, non pensava che l'essere umano non sarebbe stato capace di vivere alla giornata, senza progetti e senza intenzioni. Non sapeva, lui, cosa stesse facendo. Come Einstein e la bomba atomica. Come la muffa che diventa antibiotico. Come la cocacola. Un errore diventa fatale quando viene riciclato. Un bene diventa male e un male diventa bene. Dio, questo non lo sapeva.
Il caso aiuta solo le menti preparate [cit]
La parola parla solo con chi la ama. Dico io.
Ciò che dicono gli occhi non dovrebbe in nessun modo passare dalla bocca.
Bisognerebbe esser tutti dei cuochi di pensieri, ognuno col proprio tocco, quello segreto che non si rivela mai a nessuno.

Grazie per il sorriso, mi dice un barbone che mi chiede una sigaretta che gli nego perché le ho finite.
Grazie a te per avermelo tirato fuori, gli rispondo nel caos della stazione termini.

Grazie a Silvia, che è l'unica che capisce quel che scrivo.



sabato 1 settembre 2012

La realtà dei fatti è che si vive tutti rispettando delle regole o trasgredendole.
Alla fine, tutti girano intorno alle stesse regole.
Io, non so più da che parte andare.