martedì 31 gennaio 2012

Vorrei un lettore di pensieri come il mio mp3 che contiene la Sua voce.

Io non ho capito perché tutti debbano stare a sentire le tue litanie per il solo fatto che senti di dover morire presto. Che ti senti quelle cazzo di ali spiegate per un non so dove di luogo o mondo. Ma lo sai che morire soli è sconveniente? Sì, hai ragione, dico a quell'anima pia che m'alberga dentro e che grida solo quando ormai il guaio, io l'ho fatto. Ma invece di farmi da grillo parlante, mi fai da complice? Ho un fagiolo nella gola. Fermo. Pochi minuti prima volevo piangere mentre le mie gambe venivano prese di mira da un soggetto invadente. Invadente capisco poi il perché: mi guardo intorno, le donne non portano più le gonne. Mi distraeva dal mio pensiero. Dalla malinconia, la nostalgia e dalla rabbia che avevo nei miei confronti dopo aver deciso di allontanare l'ennesima persona dalla mia vita, con violenza inaudita. Violenza che rispondeva ad altra violenza, quella della sua tenerezza che non sapevo esistesse. L'evoluzione è solo una questione di esigenze. Il mio pensiero evolve mentre salgo quella scala mobile alta tanto da darmi le vertigini. Fredda. Fresca. Con una corrente d'aria che si incrocia in quel corridoio stretto. Un turbine. Quella che d'estate vorresti ad ogni angolo di strada ma che adesso non fa che penetrare nel midollo osseo. Tremo già. Tremo ed è un misto di paura e freddo. Perché tornerò ad essere sola. Evoluzione uguale esigenza. Mi accorgo che i telefonini squillano anche là sotto. Mi rendo conto che la gente vuole comunicare anche da morta. Mentre io vorrei poter scivolare sotto terra e non sentire più nessuno, ché i miei occhi han parlato fin troppo. Evoluzione uguale esigenza e da alcuni sguardi mi accorgo che la gente vuole amarsi come gli animali. Vuole scopare, fare l'amore, fornicare, tradire. Amare. Vuole vedere labbra di fiche scoperte che si strusciano, che godono senza limiti ed inibizioni. Fiche odorose, saporite, colanti. Culi protesi verso i cazzi. Cazzi pronti e lucidi ad accogliere. Bocche intente a succhiare. Lingue su labbra. Saliva che bagna, che cola. Gole piene di sperma. Vuole la seduzione. Manca il gioco e il giocatore che rischia. Manca la seduzione e la sua vittima. Forse si son scambiati i ruoli. Forse mi son persa questo. Evoluzione uguale esigenza, non mi sorprenderebbe vedere sedili della metro con degli appositi appoggini per le ginocchia di focose e inibite femmine intente a cavalcare cazzi dritti, il caro e vecchio cazzo artigianale; l'eroe nazionale, quel rustico e selvaggio cazzo e cavalcare perché l'evoluzione adesso dice che è normale. Il mondo cambia, l'universo stesso e non da notte e giorno o viceversa. Succede mentre tu leggi due righe di un libro che t'è stato regalato. Succede mentre getti urina dalla tua vescica in un cesso. Mentre dai un colpo di spazzola ai capelli. Mentre tra un respiro e l'altro tu sgonfi il torace. Mentre hai appena finito di dire ti amo.Mentre in una canzone cambia una nota. Dobbiamo solo metterlo a fuoco. Il meteorite chiamato pazzia è caduto a km di distanza, ne voglio toccare gli effetti nefasti e tornare tra le mie mura a dipingermi le unghie. A depilarmi Clara con un rasoio e sentirne il rumore. A dormire mezza nuda per sentire il freddo per coprirmi. Per alzarmi quando il corpo non vuole più stare supino. Il mio pensiero è evoluto perché voglio morire solo dopo aver visto la vita. Io non posso e non devo più sognare, o mi farò male, ancora molto male.

La foto mi piace: rende l'idea, la mia, che ora il mio seno sia fatto per serrare un cazzo e guidarlo a suon di baci di bocca turgida e morbida sulla mia lingua, perché sia inghiottito da una gola non troppo profonda, affinché tocchi il fondo appena e mi schizzi vita nel cuore, e che sia amore. E' la mia umile evoluzione.



venerdì 27 gennaio 2012

Oggi ballo il tip tap e non solo coi chiodini scoperti dei miei stivali ma anche con le parole

Era un po' di tempo che rifiutavo i suoi inviti con una marea di scuse. Che rimandavo un' uscita. Che non rispondevo ai suoi messaggi, fino a quando non potevo più avere sul collo un respiro di incertezza. Un fiatone. 
Vengo a farti gli auguri e a prendermi quel giaccone e nel frattempo ti palpo tutta, non vedo l'ora voluttuosa femmina di baciarti.  Mi scrive ma io non rispondo.
Silenzio assenso, tesoro? Mi chiede.
Confermo. 
Decido di mettere fine ed in modo forte a questo rapporto gelato.
Arriva con mezz'ora di ritardo. Ed è come se fosse un sigillo, ora, di una fine. Tempo prima nemmeno ci avrei nemmeno fatto caso alla sua mancanza di delicatezza.
Mi saluta caldamente. E' felice di vedermi, ma io sono una marionetta con gli occhi bassi. Presa dal lavoro. Indaffarata. La scusa del lavoro è ottima, in fondo mando avanti un'attività tutta sola. Potrebbe sembrare un'impresa..
Il lavoro è sempre la carta vincente, quella a cui tutti credono quando vuoi trovare una scusa. Ma io sono una maledetta. Perché io a questo non credo. Perché non c'è lavoro che tenga davanti a una passione. La passione si ritaglia tempi e luoghi.
Lo rassicuro un po'. Lo abbraccio. Lo annuso facendogli i complimenti per il suo buon odore e chiedo se avesse da fare, dopo. Segue un sì imbarazzato. Ho una buona ragione per lamentarmi. Non ho più voglia di divertirmi.

Mi stringe e mi bacia con veemenza e voglia. Mi infila le mani sotto il vestito e non fa che godere delle mie cosce scoperte dalle autoreggenti. La carne è nuda, liscia,  morbida. Asciutta la mia fica. Asciutta, rimane.
Lo lascio fare. Scansarmi mi sembra un'ulteriore offesa, di cui, ora, non ha bisogno. Perdo il tempo che non abbiamo. Non c'è spazio per il tuo cazzo, non ce n'è! Mi riempie d'affetto e baci. Sono avvolta dalla sua foga ma il mio corpo dista da lui centimetri che sanno di freddo glaciale, di tramontana. Di colui che chiamo vento e che... ormai io amo. Vuol sbattermi sulla lavatrice. Riesce a tirarmi su perché ormai non sono che una bambola di pezza. Guardo l'orologio. Spezzo l'aria troppo densa. Si tira giù i calzoni. Ci prova. Tenta di eccitarmi. Non riesce a capire dove sbaglia e non ci sta. Scivolo giù. In piedi. Voglio smettere. Ho l'ansia. Ho rabbia. Mi vuole. Doveva scoparmi. Voleva scoparmi e non ci riesce in nessun modo, mentre il tempo passa. Sono tempi infiniti, per me. Il mio peso aumenta. I miei tacchi incidono il pavimento. Li sento incastrarsi sui rilievi delle mattonelle a fiori.  Non voglio né lui, né dio. Non voglio niente e nessuno. Gli esprimo tutto l'odio, ma non riesco a dire quanto lo disprezzo. Glielo dico mentre gli scanso quella faccia da maniaco che ha stampata in faccia. In un attimo di pausa mi dice che mi vuole bene, ma vuole bene solo al suo cazzo. Non mi piace più questo racconto. Ho voglia di correre a casa. Devo prendere il treno e lo esorto ad andar via, ad accompagnarmi alla stazione. Non vedo l'ora di restare sola tra me e il silenzio ed il pensiero di quegli occhi che avrei voluto fossero lì. Poco distanti dal fatto. Poco distanti da me in lacrime.
Il mio corpo inviolato e io sono felice.

Andiamo via. Concordiamo un posto dove lasciarmi perché io non perda l'ultimo treno utile. Perché lui, non mi accompagna fino al portone. Chiacchieriamo in macchina, mi sento una sua amica. Anzi, una conoscente. Si fora una gomma. Quasi mi dispiace perché mi sento in colpa. Sembra l'abbia colpito la mia maledizione. Non ho alcuna paura di raggiungere sola la fermata della metro, di notte e vestita alla miamaniera. Non faccio che pensare, mentre cammino su quei sampietrini, a quel ragazzo arrivato da poco. Improvvisamente e gentilmente. Ero felice di sentirmi sua, dentro e fuori.  Felice, nonostante io sapessi... che per lui non avrebbe fatto nessuna differenza.

Foto scattata nell'agosto 2011 dopo aver ricevuto una telefonata alle 3 di notte, o giù di lì.


Oggi 27 gennaio giorno memorabile preferisco leggere questo.

martedì 24 gennaio 2012

Tic Tac Tic Tac

Cosa ci sarebbe stato di male se avessi indossato la tuta e avessi fatto una passeggiata fino a casa sua con una piccola (una decina) porzione di cannelloni? Niente, se non fosse che io mi sento sempre invadente. Vivo col pregiudizio nei miei confronti, perché so d'esser paracula, ma mi vien sempre ripetuto anche quando la paraculaggine non c'entra nulla. Volevo bussare alla sua porta, lasciargli il manicaretto e tornarmene per i cazzi miei. Ma ho tutta l'impressione che lui avesse creduto tutt'altro. Ho tutta l'impressione che lui mi veda come la classica donnina che pretende di mettere ordine nella sua cazzo di vita.
Chi pensa di farlo ha la violenza nell'Anima. Mi viene in mente il palazzo in cui abitavo: bello da fuori, tutto in cortina con le ringhiere di ferro sui balconi, ma con dentro case con famiglie sfasciate, rovinate. Per me, finite.
O forse, semplicemente, non voleva nessuno intorno ed io non facevo differenza. E questo mi piace perché in virtù di ciò che c'è stato (parlo al passato per il semplice fatto che ogni volta che c'è solo una semplice parola tra noi, per me è sempre l'ultima), Lui con me, non usa un comportamento diverso; che muta, invece, quando siamo a pochi metri di distanza. So bene che chiunque di voi direbbe che dovrebbe averlo a prescindere, con me, un atteggiamento più tiepido. O direste che un comportamento diverso dovrei pretenderlo, e non ottenendolo, agire di conseguenza e rompere i ponti, qualsiasi essi siano. Non è innamorato di me. E' qualcos'altro di me. Non lo so. Con Lui ho sempre la sensazione di stargli vicina, a due cm. Vive bene senza di me. Non ha bisogno di me. Lui sa che ci sono. Poco saggio, si direbbe, dare sicurezza ad un uomo; questa sicurezza. Ho i miei pensieri e me li tengo. So gestire la mia persona, meglio di chiunque altro avesse voluto fare con me.
Non volevo allargare le cosce, domenica. Non volevo prostrarmi al suo cazzo. Non volevo parlare. Non volevo un caffè, né un thè. Non volevo fargli sapere quanto fossi brava in cucina. Non volevo scopare. Volevo solo camminare per andare da Lui, guardarlo negli occhi, annusare il suo collo, salutarlo e andarmene a casa, o in giro da sola. Ci rivedremo, forse, per qualche ricorrenza alla quale dare importanza, perché la sottoscritta, a Natale, è andata in libreria e ha comprato un regalo per Lui. Lui ha fatto lo stesso. Io non lo facevo da tempo e non mi dispiace ammettere di usare una qualsivoglia festa per dimostrargli affetto o stima, o Amore, o semplicemente la sempre più intensa voglia di Lui che aumenta, si scalda e si fa sempre di nuove immagini diversa. Mi chiedo se attendo un nulla. Ma la sensazione di attendere come un regalo, qualcosa di meritato, e conquistato, a me fa delirare. C'è tutta una serie di pensieri negativi/positivi che si danno il cambio. Ma ogni volta, Lui arriva come un tempista e come una gomma pane, cancella quel tratto di matita che è andato nel puntino diverso, sbagliando numero per colpa di una mano distratta, un po' unta dai vecchi pensieri. Fosse che l'amore di cui si parla non è Amore? Mi sono vista troppo dolce ultimamente, non mi faccio impazzire... adesso la mia parte aspra; non amara, ma aspra, non ha nessuna voglia di farsi vedere. O forse, io per prima, confondevo il rispetto col menefreghismo? Sto dormendo, gente. Sto flirtando con la morte. Quella vera. Io ci flirto per non rischiare di vedermi morta, mentre sono viva. Mi perdonerete se non riesco a parlare della confusione che ci regna accanto. Mi dispiace non parlar di attualità, di scempi e morti, di licenziamenti ingiusti. Non mi sento di parlare della gente confusa. Viviamo in rovina da decenni. Adesso, se riesco a stuccare almeno i miei di buchi, avrò fatto già metà del lavoro. La piccola artigiana che nessuno tutela, deve fare i conti con cose peggiori: la totale indifferenza nei confronti dell'essere umano, che mi pare sia diventato un dindarolo.
Vostra sempre più limpida Dea.

Leggo Sabrarola e vi devo dire la mia:
abbraccio i ferrovieri, piuttosto che i camionisti, visto l'Amore che ho per rotaie, binari e treni.
Visto che sono una gran consumatrice di calze boicotto Omsa, perché oltre a lasciare a casa un sacco di persone, si appresta a sfruttarne altre solo e semplicemente per profitto. E che la soddisfazione vostra, siano mobiletti pieni di medicine, perché chi mangia troppo, rischia l'ictus e l'infarto.

mercoledì 18 gennaio 2012

Una porta per entrare, una porta per uscire, guai a confonderle.

Stamattina, lungo i binari del treno, era tutta una distesa di bianco. Ghiaccio. Ero al caldo, io. C'era gente, non molta, oggi, per fortuna. Non mi infastidiva nulla. Mi rasserenavo con alcuni pezzi ai quali sono affezionata, nel mio mp3. Mi ero adagiata sulla porta del vagone, sembravo una goccia morbida di crema. Triste. Disincantata ed ogni tanto mi rendevo conto che mi fissavo incantandomi su qualcuno o qualcosa senza pensare alle conseguenze. Al mio fare ingenuo. Ai miei occhi che di tanto in tanto diventavano rossi e lucidi. Erano lacrime che non volevano venire giù, ma nemmeno essere ingoiate. Non pensavo che in quegli istanti divenivo naturale. Non avevo né voglie, né pretese. Era il caso, per me, di rimanere così. Avvolta, disinvolta. Sola.
- Il tuo guardo sembra marmellata di visciole appena cotta che ti fa venir voglia d'esser mangiata perché l'odore ti percorre la lingua fino in fondo, quando prendi il cucchiaio per affondare e ne prendi un po' , l'assaggi e inevitabilmente, ti scotti. - Sembrava dirmi quel signore di mezza età dallo sguardo inquieto. Non faceva che guardare per scrutare discretamente, senza offendermi. Non faceva che salire con gli occhi per poi scendere due secondi dopo che il mio sguardo incontrava il suo, perché si sentiva.
Sì, mio caro signore. Non si avvicini più di tanto, perché potrei dire una marea di bugie pur di non esser scoperta, pur di non essere accarezzata e consolata per poi essere abbandonata. Che lei scorga quella megera, puttana d'alto bordo, che ne viene fuori.
Ora sono affetta ed infetta.
Vorrei nascondermi, essere brutta, antipatica, poco appariscente e camminare almeno con le spalle basse, senza sculettare.
Perché reagisco in questo schifoso modo strafottente ad ogni guaio della mia infinita vita del cazzo?
Dico, chi mai crederebbe che dentro lo stomaco ho un pitone che mi sta mangiando le viscere perché non riesco che a combinare guai solo e soltanto sulla mia tenera e delicata pelle? Farei a meno di molti problemi, se fossi almeno nell'apparenza, più umile; perché, per quanto tu rifugga da tanta corte, alla fine a qualcuno poi cedi, perché il soggetto in questione, grazie a te, affina l'arte e ti frega.  Mi dispiace, mio caro signore, ho chiuso con l'amore. Ho aperto all'eventualità della castità, e non solo per la carne, sarò casta di pensieri e gesti. Ed esattamente mentre scrivo queste poche parole, per uscire dalla mia tana, si ferma a pochi metri dalla porta della mia bottega dei sospiri, un gentil signore che pare mi voglia mangiare. Oggi, non ho un filo di trucco, neanche quel poco che mi permette di piacermi di più allo specchio, caro amico. Ho la frangia adagiata sugli occhi come tenda. Vai per la tua strada, gli dico; così ha fatto, dopo avergli dato del deficiente con una faccia a dir poco da signora Machiccazzoticrediessere! Mi credo di essere stata investita da una grande carica, quella della Ministra della sensibilità pubblica ... dovrei essere inglobata al ministero dell'economia. Uhm, deraglio; cambio discorso, come sempre.
Questo, mi cara amica Silvia, è il posto di quel fiume che non riesce a cambiare direzione.
Forse è a te che scrivo; a te, che sei il mondo che mi piace.
Avevo tre petali rossi di stoffa, ne ho persi uno alla volta; per favore, se qualcuno li trova, me ne restituisca almeno uno, ché s'è persa, insieme a loro, la mia dose piccola piccola di fortuna. Li portavo lì, sul mio seno sinistro, erano il mio scudo al cuore.

Ringrazio, di cuore, chi ha accettato di leggermi. Siete stati una scelta, la mia scelta, l'onore è tutto mio che ancora riuscite a leggere deliri e pazzie, mie.


martedì 17 gennaio 2012

Message in a bottle.

Perché Lui ogni tanto passa di qua. Conosce tutte le mie vite... non a fondo, fortunatamente. Per cui decido di usare questo spazio; un po' vero, un po' finto, perché sono una schifosa vigliacca e per fargli arrivare questa missiva.
Io sono una testa di cazzo di donna, tra l'altro attempata. Io amo fare quel che mi pare, o meglio, ci provo sempre; tento ogni via per soddisfarmi, compreso masturbarmi nel cesso del mio negozio quando i miei ormoni fischiano e si incazzano. Non mangio, se non mi va. Non dico buongiorno, se non mi va. Non faccio un cazzo, se non mi va. Vado a letto vestita, se mi va. L'unica cosa che mi va sempre di fare, è lavarmi la fica ogni volta che piscio, forse per una semplice voglia di coccole. Ho imparato a fare a meno di tutto, perché la mia libertà dipende da questo: dal sapermela cavare ache in caso di necessità, senza perdere ovviamente la mia dignità.
Ora ho voglia di cancellare, resettare, annullare una necessità, che seppure appaia in sporadici momenti, è come un dolore lancinante all'osso sacro; mi urta e mi dà fastidio il solo fatto di averla. Come la voglia improvvisa si succhiargli il cazzo, di circuire quella punta con la lingua e guardarlo in faccia; solo pochi minuti di soddisfazione, per il solo gusto di deliziarmi le papille come si fa con una lecca lecca che spingi fino in fondo alla gola; e, se potessi, gli farei percorrere pure il mio esofago, con la sua verga.
Trattasi di stima incondizionata. Di una visione distorta dell'amore.


E allora vaffanculo al click clack dei bottoni di quella camicia a quadri. L'immagine di Lui che mi bacia a bocca aperta e mi succhia la lingua. Al ricordo del dolore mentre mi afferra con i denti i capezzoli. Alla foto che ho stampata in faccia del suo petto, del suo ventre, delle sue cosce che coccolo e scaldo. Vaffanculo al caffè senza zucchero bevuto seduta al suo tavolo e ai suoi occhi da bastardo, belli come perle nere incastrate nella faccia dalle mille espressioni, perché è un quadro in movimento, Lui. Fanculo a quella forchetta che faceva rumore su quel piatto che non m'ha dato il benché minimo fastidio, tanto ero intenta a guardare come quella pietanza veniva consumata da quella bocca tenera fatta da Venere in persona perché soddisfasse ogni femmina di questa terra. Vaffanculo all'immagine che ho di quelle donne che lo guardano, le quali, con un gesto di stizza, sotterrerei sotto l'asfato schifoso e pieno di buche di questa città; perché possano solo vederlo e sentirlo camminare. E basta pensare a quella cazzo di mani tiepide accarezzare me e la chitarra. Basta al pensiero di quei brividi sulla schiena che m'ha provocato. Io li avevo dimenticati così irruenti, così taglienti. Godevo immensamente. Godevo spudoratamente. Un tocco delle sue dita ed era come l'acqua che forma un cerchio che man mano si allarga mentre mi percorrevano il sangue e il mio corpo assumeva la posizione perfetta dell'amore. Volevo esser scopata e trafitta, dissetata, sventrata. La schiena si era inarcata tanto che mi son stupita, ero una gatta in calore che finalmente si stava togliendo lo sfizio di godere senza procreare. Il solco della mia schiena si preparava a ricevere quel fiume di sperma, succulento succo d'anima (lo sapete che ha squillato il telefono in quel momento? e vabbhè, ammmirevole la sua pazienza, perché sono madre e chissà cosa avrà pensato il cazzo egoista, o lui comprensivo... o forse un cazzo, gliene sarà fregato). Avrei succhiato quell'immenso patrimonio di vità, l'eternità dei suoi spermatozoi, da quella barriera di lattice, se non mi fossi sentita una affamata vergognosa  maledetta donna innamorata.
Inchinatevi a Dio, che non sapete chi sia e da dove venga, ch'io mi inchino alla carne, succulenta carne di un bastardo nell'esatto istante in cui desidero che lui scompaia inghiottito da una stronza donna di merda che non lo meriterà.
Lasciami prendere per i fondelli quei maschi che amano guardarmi nelle mie innumerevoli passeggiate sulle banchine della metro. Lasciami camminare orgogliosa e fiera d'amarti, quando cammino da prua a poppa su quel treno semivuoto che si reca al capolinea, prima di scendere. Tu non sai cosa si prova nel sentirsi cercare la pelle da occhi indiscreti e godere del fatto che non la toccheranno mai. Tu non conosci il gusto perverso che si nasconde nei miei occhi quando riconosco di sentirmi un po' speciale e che la mia esclusiva attenzione hai meritato, solo tu.
Ma ho tergiversato, perché il vaffanculo sia più sentito. Nel frattempo, mi drogherò di musica e lascia che Tu sia come la passione per le note; la passione per qualcosa che non tocchi ma che ti dà l'immenso piacere di starti accanto nel momento in cui ti scappa di volare. Ti ringraziano il mio cuore che s'è spinto lontano; ti ringrazia il mio sangue che s'è fatto finalmente risentire scorrere, far rumore. Ti ringraziano le mie orecchie nonché i miei lobi. La prosperosità del mio seno e dei capezzoli scostumati, irriverenti. Le mie gambe che si sono avvolte sul tuo corpo. I capelli, persino quelli che mi abbandonavano il cuoio capelluto e m'entravano in bocca, a me grati per la diversa morte perché allagati dalla mia e la tua saliva e non finiti in una spazzola ed infine in un cesso, un anonimo cesso. Ti ringraziano le mie narici e la mia lingua che s'è prosciugata e poi ribagnata e poi riprosciugata sulla tua pelle e gradito le vene pulsanti di un cazzo fatto ad arte dalle mani di una santa ricolma di desiderio.
è stato bello sentirti canticchiare senza uno strumento che t'acompagnasse. Lo faceva spesso mia madre. I ricordi, sono schegge impazzite e ti tornano in mente mentre stai scappando; magari nel momento in cui sei rapita da un ragazzo con la barba ed un cappello di lana in testa e tu ridi come una scema, perché tu corri con le gambe, ma gl'occhi non ti stanno a sentire.

giovedì 12 gennaio 2012

Il circolo vizioso della mia mente

Perché non avrete certo pensato che la vostra Dea sia rimasta lì fissa innamorata col pensieropositivo, dopo quel magnifico incontro. Perché ogni medicina ha i suoi effetti collaterali, controindicazioni... ecc.
C'è da mettere in chiaro, sì, che Clara e la sottoscritta, domenica erano in delirio, che la stronza che risiede tra le mie cosce era costantemente bagnata, umida; non ne voleva sapere di arrestare la cascata. E mica nego che avrei passato il resto dei miei giorni là, su quel petto coperto dalla sua camicia. Che stavo bene è dire poco, riduttivo. Non volevo altro che rimanere così: seduta su quella sedia a gambe aperte che abbracciavano le sue cosce e le mie mani infilate nel tepore della sua pelle e le orecchie messe sul torace ad ascoltar cuore ed organi, i Suoi.
Ma adesso? E no! Io non posso e non voglio cadere nel circolo vizioso. Perché per quanto a Lui possa dar fastidio, il fatto che Lui stia bene ed in salute, rende me serena. Tranquilla.
Allora penso di ri-tornare a qualche mese fa in cui ero una menefreghista, in cui mi bastavano due bacetti e le mani ingorde di P. l'uomo dal fare gentile, che mi desiderava, che ancora fa capolino tra i messaggi del mio telefonino. Quello che non pretendeva che la scopata, che mi usava come amante. Dormivamo talvolta insieme. Tutto filava senza il minimo rischio per il cuore. Tutto funzionava come un orologio. Non stavo  preoccuparmi se fosse arrivato a casa, non me ne fregava un cazzo di sapere se fosse tornato da me, non mi importava nulla di sapere se nel we avesse o meno scopato con la moglie, e, se un'altra gli avesse succhiato il cazzo, o messo le mani nel culo, o baciato succhiandogli la lingua. Sticazzi!? Sì, si sta bene così. Ma mentre torno indietro, penso che esiste il compromesso per sapere se va bene. Se va bene con Lui. Come quando ti infili la calza per sapere se la scarpa è la tua, scarpa. Poi mi chiedo se è della scarpa che faccio bisogno o mi serve soltanto una ciabatta. Ma io non sono da ciabatta. Insomma, ci sono femmine alle quali sta bene tutto, che farebbero una porca figura anche con un paio di ciabattacce di gomma. Io no, io devo usare feticci e accessori per dare il meglio di me. Come il vino versato nel bicchiere giusto, io ho bisogno di una bella scarpa col tacco alto e a spillo per dare il meglio di me.
Val bene il compromesso. Va tutto bene in Lui. Va bene anche il ruolo che ha svolto nella mia vita ultimamente, che ero diventata fredda, calcolatrice e algida; cattiva e insensibile. Grazie a Lui ho capito che sono ancora capace di innamorarmi, di piangere e gioire; di attendere e di godere, di voler godere; di saper usare il mio orgoglio e la mia dignità; usare la mia libertà ma soprattutto quella degli altri. Ho scoperto di essere ancora dolce e a volte remissiva, di essere ancora un essere umano.

Mi dice l'Amico che faccio sempre dei castelli mentre invece sono sassolini... ma è con i sassolini che si fanno i castelli, che poi abbiano forme diverse, son d'accordo, ma sempre di castelli si tratta. Come dire, dal materiale che mi si propone riesco ad intuire cosa ne verrà fuori; quindi, se ho della farina davanti, so che ci devo fare il pane, la pizza o della pasta, mica ci posso certo tirare fuori il mio Chanel n° 5!
Oggi sono deficiente, non voglio più capire niente.
Domani chiudo, ordina perentoria la saggia che è in me.

martedì 10 gennaio 2012

Scusa se ho piegato le coperte sul tuo letto...

... sarà la mia deformazione professionale. Sarà che sono pignola e mi piace lasciare tutto in ordine quando me ne vado. Forse è quell'istinto materno del cazzo che pur- tro- ppo sguscia anche nei momenti meno opportuni. Forse volevo vedere come stessero quelle frange tutte in ordine e sovrapposte. Forse le volevo vedere una sopra all'altra: bianco e nero. Forse l'ho fatto per la semplice voglia di rimanere il più a lungo in quella stanza con le narici ubriache; per versare quelle lacrime che ho rimandato giù pensando a quel che poco prima m'avevi detto; ma piangere, per me, quando riesci a far vagare ogni mia molecola nello spazio; è come gioire, arrabbiarmi per non riuscire ad interpretare la gioia perché latitante ultimamente; latitante fino a che scavalcassi, tu, il muro della mia omertà.

Esiste una cura signori. Esiste la cura alla normalità, perché questo concetto esiste, vostro malgrado e mia soddisfazione:
Uscire con una borsa con delle lenticchie cotte per Lui dentro perché si era parlato di lenticchie ma non ci si era visti per tre mesi. Tre mesi ed abitiamo a pochi km di distanza. Vergognarsi di tirarle fuori dalla borsa per non apparire troppo dolce e comica; per non apparire sempre troppo ironica anche nella tenerezza.
Pensare richiede del tempo.
Pensare una cosa alla volta, richiede allenamento.
Richiede insegnamento. Un insegnamento adatto ad un animale, come me. E Lui, che altro animale non è, riesce a farmi saper pensare, e forse pensare se merita l'esser detto. Perché il pensiero è assai strano: tu pensi una cosa e per non pensare di pensare quella cosa pensi una miriade di cazzate. E Lui, quell'animale, riesce anche a farmi sentire a mio agio quando mi sento sull'orlo di quel burrone e m'aggrappo ad ogni drappo per non cadere; mostrando tutta la mia debolezza, la mia fragilità, la mia ingenuità; ed anche quando i miei occhi, per metà, si nascondono sotto le palpebre. Io ho paura!
E così gli scappo. Gli scappo quando m'entra dentro con l'intento di unire. Io fuggo per Paura di arrivare a quella meta e così concludere il viaggio, che mi pare ancora debba cominciare.

Mi dice femmina suprema perché forse mi ha vista arrivare dalla sua finestra. Perché stavolta mi ha fatta andare da lui; m'ha permesso d'andarci da sola. Mi ha permesso di farmi consumar da altri occhi prima, da altre narici mentre mi bagnavo per lui, le cosce. Ho un po' giocato con altri occhi di maschi in giro. Essì, perché m'ero conciata bene, come sempre del resto (perché non si sa mai). Avrà visto come ho messo i capelli lisci dietro le orecchie e abbassato lo sguardo, lì, mentre percorrevo il marciapiede di casa sua? Mi avrà vista deviare buche con i tacchi, saltare come si fa tra le pozzanghere? Forse mi avrà osservata mentre entravo nel suo grande e chiaro cancello. O ancor prima cercare il citofono giusto e il bagliore negli occhi quando, finalmente, scorgevo il suo cognome. Mi avrà vista accertarmi d'aver ben chiuso senza che si sentisse nulla delle sbarre di ferro che s'assestavano: una donna ben vestita ed educata, è andata in casa sua, questo si deve dire. Mi avrà sentita chiedere scusa a bassa voce con una punta di vergogna e soddisfazione ai suoi vicini di casa per il forte vento causato dal mio battito d' ali; o, per il rumore dei miei tacchi sui gradini.
E' tutto in ordine, dal suo cancello a Lui. Dal rumore dell'apertura del cancello alla pulizia di quei gradini; tutto come Lui, tutto come piace a me. Perché tutto ha un suo posto, tutto brilla per nascondere un'inquietudine, il grigio. L'irrazionalità che si tiene dentro, il suo forte istinto e la capacità nei suoi occhi di imbrogliarti e fotterti il sangue. Non voglio volerlo conoscere a fondo, non voglio studiare nulla, voglio solo godermi quegli istanti.
Si lavora un mese per mille o duemila euro; si può lavorare tre mesi per 7 magiche ore di felicità. E io piango e mi commuovo per me stessa, perché mi guardo come creatura pura ed insignificante senza nessuna pretesa.

Che delizia strofinare il mio viso sulla sua camicia e annusare quel profumo misto al suo odore. Tremare dalla timidezza. Mugolare come una gatta. Non so quanti minuti fossero passati da quel primo momento al suo bacio, ma pensai che potevo anche morire, in quello spazio di tempo. Forse era il tempo, ciò che cercavo di trattenere mentre affondavo le mie dita sulla pelle della sua schiena liscia. Non c'era più nulla da desiderare che cercare le sue mani per avere quelle carezze sui capelli e spingere i pollici sulle fossette del suo bacino, e annaspare tra le le sue natiche e dialogare con il suo cazzo perché aspetti, ché scenda ad un compromesso con l'amore. Che mi attenda per pochi attimi ancora, che continui a gonfiarsi di rabbia e gelosia ed invidia per il suo padrone che gli fa da contorno assai goloso. Deve solo aspettare ch'io senta la sua voce farsi imperativa, farsi sexy come sa fare lui (Kristoddiononfarmelaricordaretiprego).
Adesso desidero e bramo e ambisco a 7 ore e mezzo di felicità. E che il mondo non mi creda, e che carichi e spari su un'idiota senza coraggio. Ma che sia adesso, o domani, o tra un anno; per me non fa differenza, perché con questo unico desiderio, io campo.

Devo chiudere Dio, perché è troppo lunga da raccontare, a te, che tutt'altro hai voluto insegnare.
Dio, madre dell'umanità; se tu avessi conosciuto i suoi occhi, i preti sarebbero disoccupati.

Un sentito grazie, a Nastenka.



venerdì 6 gennaio 2012

Sarà un lungo anno, come tutti gli altri.

Bersaglio immobile, senza cuore.
Chiedo venia per quell'etichetta gialla col prezzo stampato, miseri 4 euro e passa. Avevo voglia di un nero di Troia per il capodanno, quindi l'ho acquistato dal mio fornaio... non in enoteca. Chiedo scusa anche per lo smalto rosso smangiucchiato; so che non si fa, ma ci ho cucinato. Non sono una buona massaia forse, come non sono una buona imprenditrice, visto che mando affanculo anche i clienti.
Ringrazio coloro che si son preoccupati; ma, farlo per me, è davvero tempo sprecato. Ho davvero un pessimo carattere, sono scostante e odiosa. Il classico esempio di femmina zitella.